La sindrome dell’acqua sporca: la chiameremo così. È quella che sembra aver colpito chi continua a criticare la strategia culturale (e politica) che vuole affermare una destra moderna, aperta al nuovo, laica, possibilista e non apodittica. È la sindrome di quelli che ti dicono: «E però, attenzione, a non buttare il bambino insieme all’acqua sporca». Quale sia il bambino, in realtà, nessuno lo dice. Nessuna specifica: né nome né cognome. Magari un tratto somatico. Solo qualche generico riferimento a una destra con la “D” maiuscola utilizzata più che altro come riferimento retorico, come contenitore di argomentazioni troppe volte misterioso. L’accusa è netta quanto criptica: «Traditori di valori, ecco cosa siete». E anche qui, in realtà, nessuno che si prenda la briga di spiegare quali siano questi valori intangibili “traditi”. Come se, viene da pensare, il tradimento sia intrinsecamente legato al parlare senza preconcetti ideologici. Come se il tradimento sia intrinsecamente legato al parlare alla società reale e non a quella desiderata da una minoranza.
Quale sia il bambino e cosa l’acqua sporca: questo è il problema. E non servono retorica e slogan per capirlo. Non servono frasi fatte. E nemmeno l’autoreferenzialità di chi si crede (o fa finta di credersi) dalla parte della ragione. Di chi si pone su un piedistallo posticcio per urlare certezze che non sono tali per nessuno. Se critiche devono arrivare, ed è giusto che arrivino, che siano nei contenuti, nel merito, nelle decisioni. Non servono tautologie. Né definizioni. Serve confrontarsi sulla sostanza delle questioni. Qualche esempio veloce, giusto per capirsi. Integrazione? Chiediamoci se è giusta o sbagliata. Non se è di destra o sinistra. Chi parla di diritti della persona tradisce la destra di sempre? Non stiamo qui a discutere se è vero o no. Facciamoci la domanda più semplice: li consideriamo inviolabili? Sì? No? Ognuno abbia il coraggio della propria risposta. Lo stesso coraggio che bisogna avere nel discutere di libertà individuali, di fine-vita, di populismo, di regole democratiche, di diritti civili e di chi più ne ha più ne metta…
Ecco la cronaca del Giornale all’incontro di sabato tra Gianfranco Fini e Massimo D’Alema: «Succede che il presidente della Camera dica altre cose “di sinistra”. Come sui gay. “Ho ricevuto una delegazione di omosessuali e sono stato criticato. Ma il vero scandalo sarebbe stato non ascoltarli, tanto più che a Montecitorio è in discussione un ddl contro l’omofobia”. E succede che D’Alema dica una cosa quasi di destra: “Io credo nella famiglia, che è un organismo vivo, è importante per la società, dove si discute e dove si trasmettono valori profondi”». Ecco, a non reggere proprio più è propria questa convinzione retorica che “diritti civili” sia roba di sinistra e che “famiglia” e “vita” siano roba di destra.
Cosa è destra e cosa è sinistra? Se qualcuno ha la risposta definitiva che valga per tutti e una volta per tutte alzi la mano. Sono di destra i respingimenti? O magari è di destra la sacra pietas per persone indifese? È di destra difendere il valore della vita? O magari è anche di destra difendere il diritto dell’individuo di decidere della propria sorte? Rispondere, rispondersi a queste domande per capire se veramente, ancora una volta, c’è ancora chi pensa che a destra c’è la cattiveria e a sinistra la bontà. A destra la legge, a sinistra il lassismo. Tranne poi accorgersi che su alcuni argomenti, la questione si ribalta. O, ancora meglio, destra e sinistra c’entrano poco o niente in una visione della politica alta che poco si preoccupa di quello che dovrebbe essere o dire.
È per questo che chi grida al tradimento non ha ancora metabolizzato il cambiamento epocale di una paesaggio culturale: la postmodernità è una costruzione plurale, spiega Maffessoli. «Abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, voi che entrate nel mondo della modernità liquida... », rincara Bauman. Non si capisce allora chi, ancora oggi, sembra parlare di elettorati “stagni” e “non comunicanti”, come se il bipolarismo non fosse uno strumento di buon governo, ma l’eterna reiterazione – seppure nel metodo democratico – della guerra civile italiana. Due eserciti l’un contro l’altro armati che combattono una guerra di civiltà. Con idee, valori e princìpi contrastanti.
Anche la domanda che Angelo Panebianco si è fatto sul Corriere della Sera sembra in qualche modo distorta da questo consolidato convincimento: «Esistono nel Paese tanti potenziali elettori di centrodestra disposti a seguire Fini attratti dalle sue idee su ciò che dovrebbe essere una destra moderna? ». Forse sarebbe il caso per tutti, per i politici e per gli osservatori, di capire finalmente il mutamento antropologico di questi anni. Un mutamento che parla di una cultura in libera uscita, non più proprietà privata di qualcuno. Che parla di un mondo in cui ognuno ha la possibilità (e la ricchezza) di pensare qualsiasi cosa senza per questo dover essere accusato di tradimento. È la google-generation. Un mondo in cui la politica non declina appartenenze ma opportunità. Non ideologie ma vita vera. Non semplicità ma complessità. Non passato ma futuro. In cui la politica non schiaffeggia con certezze di pochi ma accarezza con i dubbi di molti. Forse sarebbe il caso di cominciare a pensare che la politica non è mai acqua sporca da buttar via e bambini da salvare. Che la politica non è (e forse non è mai stata) una linea retta e continua. Che la politica, come la vita, è un eterno zigzagare alla ricerca di un destino tutto da costruire.



